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Opera 5

Il contesto storico di Moiola

TRA GUERRA E TERRITORIO

Il Caposaldo Moiola è un sistema di fortificazioni progettato per scopi difensivi durante la Seconda Guerra Mondiale. Situato nella Valle Stura, rappresenta un esempio significativo di architettura militare, con opere costruite per proteggere il territorio e adattarsi alle esigenze strategiche dell’epoca.

IL VALLO ALPINO

Guardiani delle vette

I lavori difensivi dello Sbarramento di Moiola si inquadrano nell’ambito del cosiddetto “Vallo Alpino”, grandioso sistema difensivo eretto dal Regno d’Italia tra il 1931 ed il 1942, sulla scia di altri Paesi europei, con lo scopo di difendere i confini terrestri d’Italia sulla dorsale delle Alpi. Il Vallo comprendeva principalmente le “opere”, ovvero bunker sotterranei in calcestruzzo, di forme e dimensioni estremamente variabili, protetti dai tiri delle artiglierie avversarie e armati principalmente con mitragliatrici (talvolta cannoni di piccolo calibro), riuniti in gruppi definiti “capisaldi” e organizzati su più linee difensive. A servizio delle opere si trovavano svariate tipologie di strutture minori e logistiche, quali ricoveri in caverna per truppe di rinforzo, appostamenti campali, caserme in quota e in fondovalle, magazzini, postazioni e ricoveri per artiglierie allo scoperto, strade, mulattiere e teleferiche. La realizzazione di queste opere difensive, le cui specifiche tecniche erano normate da “circolari” del Ministero della Guerra, veniva affidata a ditte civili, in seguito a regolari gare d’appalto svolte presso le locali sedi del Genio Militare. A partire dal 1937 le prime opere completate vennero prese in consegna dal corpo della Guardia alla Frontiera (GaF), creato ex novo appositamente per il presidio di queste strutture, anche in tempo di pace; l’intero confine d’Italia venne suddiviso in “settori di copertura” contraddistinti da un numero romano, che solitamente coincidevano con una valle o un tratto di frontiera di particolare importanza.

La Valle Stura di Demonte costituiva il III Settore, con comando a Borgo San Dalmazzo, a sua volta suddiviso nei Sottosettori III/A e III/B: il primo aveva responsabilità sul tratto di confine tra il Vallone di Ciastiglione (presso il Colle della Lombarda) e la zona di Collalunga/Ischiator, mentre il secondo tra il Vallone del Piz e la zona dei Laghi di Roburent. Oltre alla prima linea, realizzata in più tempi tra il 1933 ed il 1938 (anche se i lavori per il suo irrobustimento continuarono fino al 1942), a partire dal 1938 venne dato impulso alla realizzazione di un secondo sistema difensivo, sito nella stretta di Pianche; contemporaneamente si tentò di riutilizzare il vecchio forte di Vinadio, inserendo al suo interno alcune postazioni protette per mitragliatrici e armi anticarro, sfruttando l’immenso fossato come difesa passiva. Tuttavia, i risultati non convinsero i comandi militari, che nella seconda metà del 1939 ordinarono la progettazione ex novo della terza linea difensiva nella zona della stretta di Moiola.

MATERIALE DI APPROFONDIMENTO

LO SBARRAMENTO DI MOIOLA

Sentinella inviolata

Ufficialmente definito Caposaldo Moiola, lo sbarramento di Moiola è un insieme di opere difensive progettate secondo i dettami della Circolare 15000 del Ministero della Guerra, con la funzione di chiudere la stretta di Moiola ad un invasore che fosse riuscito a sfondare tutte le linee difensive site a monte. Il caposaldo faceva parte del III Settore di Copertura “Valle Stura” della Guardia alla Frontiera e ne costituiva la terza ed ultima linea di difesa prima dello sbocco in pianura. Il progetto definitivo, presentato ai comandi militari dalla Sezione Staccata del Genio di Cuneo nel febbraio 1940, prevedeva la costruzione di ben 24 opere che si sarebbero estese tra il Colle di Valloriate e la Cima Pissousa, appoggiate da tre batterie di artiglieria allo scoperto. Nonostante l’elevato numero di progettazioni, per ragioni di economia quelle effettivamente iniziate furono solo dieci (le opere 8 e 9 al Colle di Valloriate e la 4, 4 bis, 4 ter, 5, 5 bis, 6, 6 bis e 7 di fondovalle Stura) e tra queste quelle completate nelle parti murarie furono solo tre (la 4, la 5 e la 6, anche se non integralmente).

Tutte le opere avrebbero avuto dimensioni notevoli e sarebbero state armate pesantemente, dato l’importante compito di sbarramento della Valle Stura (che è una delle poche valli collegate alla Francia da una comoda rotabile, via d’invasione ideale). Nel complesso le dieci opere iniziate, se completate, avrebbero contato complessivamente su 41 mitragliatrici, 3 cannoni anticarro da 75 mm, 4 cannoni anticarro da 47 mm, 12 mortai da 81 e svariate decine di fucili mitragliatori per la difesa vicina. I lavori vennero suddivisi in tre lotti ed appaltati tra marzo e aprile 1940 ad imprese civili, ma si trascinarono fino alla sospensione definitiva nel 1942, tra mancanza di materie prime e indecisioni tecniche dei comandi militari. Soltanto il primo lotto, composto dalle opere 4, 5 e 6, definite “urgentissime” venne completato quasi integralmente in soli quattro mesi, tra aprile e luglio 1940.

L’Opera 5

L’Opera 5 è una delle principali fortificazioni dello Sbarramento di Moiola; la sua progettazione si rifà alla Circolare 15.000 del Ministero della Guerra e venne costruita da un’impresa civile specializzata tra la primavera e l’estate 1940, secondo un progetto compilato nel febbraio dello stesso anno dalla Sezione Staccata del Genio di Cuneo. In base alla classificazione militare, si trattava di un’opera grossa in calcestruzzo e caverna, cioè costruita con ingressi e postazioni di tiro protette da masse di calcestruzzo (chiamate “blocchi”), collegate tramite cunicoli ai locali logistici sotterranei, in grado di proteggere dai bombardamenti i militari del presidio e i rifornimenti di viveri e munizioni.

L’Opera 5 è costituita nel suo insieme da dieci blocchi, di cui due d’ingresso e otto di combattimento. Il suo armamento complessivo sarebbe stato di sei mitragliatrici Fiat 14/35 cal.8, un cannone anticarro da 47 mm mod.35, un cannone da 75 mm mod.1906 e due mortai da 81 mod.35 (il blocco che ospita questi ultimi è l’unico completato nell’ambito del Vallo Alpino occidentale), più un totale di tredici feritoie per la difesa vicina, da armarsi all’occorrenza con fucili mitragliatori Breda mod.30 cal.6,5 e, in un caso, con un lanciafiamme. L’opera sarebbe anche stata dotata di due osservatori, dei quali uno in blocco di calcestruzzo a cinque feritoie d’osservazione (armabili in caso di bisogno con fucili mitragliatori) e uno in periscopio. Il presidio avrebbe contato circa 80 uomini, ospitati in un grande camerone truppa sotterraneo in cui sono ricavati, tramite tramezzi, i magazzini munizioni, viveri, acqua, l’infermeria, il posto comando e di collegamento con le altre opere, nonché il locale per gli impianti di ventilazione. Vicino agli ingressi si trovano i locali tecnici e sanitari (gruppo elettrogeno, cucina, lavatoi e latrine).

Al termine della breve guerra con la Francia l’opera era quasi completata nelle parti murarie, ma era priva di impianti tecnici, armi e arredi; nei mesi successivi, lo spostamento delle operazioni militari su altri fronti fece calare l’attenzione sul completamento delle opere al confine occidentale, che rimasero pertanto incompiute e disarmate, venendo utilizzate solo per esercitazioni da parte dei militari della Guardia alla Frontiera, che si accasermavano presso i baraccamenti davanti agli ingressi dell’opera, costruiti per le maestranze operaie ma poi riadattati a casermette.

Le tecniche di costruzione

La costruzione di un’opera complessa in caverna, come l’Opera 5 di Moiola, era tutt’altro che semplice.
La sola fase di progettazione poteva richiedere molto tempo, dato che erano necessarie diverse ricognizioni sul posto da parte degli ufficiali della locale Direzione del Genio militare (nel nostro caso, la Sezione Staccata di Cuneo, che rispondeva alla Direzione di Alessandria) e un intricato sistema di proposte, pareri e ordini da parte di vari comandi militari, sia territoriali che centrali.
Il progetto definitivo veniva sottoposto all’approvazione del Ministero della Guerra di Roma, che finanziava i lavori, autorizzando una gara d’appalto tra ditte civili “di fiducia”.
Una volta affidati i lavori, un ufficiale del genio militare, che collaborava con l’azienda in qualità di “direttore dei lavori”, si incontrava sul posto con l’impresario per le operazioni di consegna dei lavori, dando inizio alla costruzione.
A questo punto l’azienda doveva organizzare il cantiere, trasportando materiali, mezzi e macchinari sul posto, procedendo poi alla loro sistemazione e alla costruzione dei sentieri d’accesso, di vasche per l’acqua e delle baracche per gli operai.
A volte era necessario stendere centinaia di metri di tubazioni dell’acqua, per portarla in siti elevati, oppure costruire teleferiche e linee decauville (ferrovie a scartamento ridotto).

Queste operazioni diventavano ancora più complesse se effettuate in alta quota, in siti impervi e privi di vie d’accesso.
Una volta organizzato il cantiere, si dava il via agli scavi precedentemente picchettati, sia cielo aperto (per realizzare i blocchi d’arma) che in galleria (per i locali sotterranei), utilizzando nella maggior parte dei casi martelli pneumatici e rimuovendo la roccia frantumata con linee dacauville, rinforzando all’occorrenza i cunicoli con strutture lignee; particolarmente difficili erano gli scavi delle scale e dei pozzi, o in caso di rocce franose o inconsistenti.
Durante l’avanzamento degli scavi si preparavano all’esterno le casseforme in legno per i getti di calcestruzzo, mentre venivano portate a piè d’opera le grandi quantità di sabbia e ghiaia, nonché le decine di sacchi di cemento, forniti dall’amministrazione militare.
Il calcestruzzo, sovente preparato a mano, veniva colato dall’alto, con scivoli e tramogge in legno; solitamente i getti iniziavano a partire dai cunicoli interni, lasciando le parti esterne (i blocchi) per ultime.
Ad ogni ripresa dei getti venivano lasciate delle scalanature nel calcestruzzo, dato che, per risparmiare materiali, non si utilizzava quasi mai l’armatura metallica.

Inquadramento cartografico

Lo sbarramento di Moiola venne progettato sfruttando appieno la stretta della Valle Stura a monte dell’abitato di Moiola, in modo da creare nella vasta piana a monte una zona scoperta dove le armi delle opere avrebbero potuto effettuare pesanti concentramenti di fuoco sulle truppe nemiche avanzanti dall’alta valle. Inoltre, la ristrettezza dei fianchi della valle avrebbe favorito la difesa vicina in caso di attacchi diretti sulle singole opere, facilitando l’appoggio mutuale e l’incrocio dei fuochi, anche dai versanti opposti. La stretta vera e propria sarebbe stata controllata materialmente dalle opere 5, 6 bis e 7, disposte sui due versanti e saldamente ancorate ai lati sugli invalicabili roccioni di Cima delle Piastre e della Madonna dell’Incoronata. In posizione più avanzata, le opere 6 e 5bis avrebbero raddoppiato tali difese, sfruttando rispettivamente l’alveo dello Stura e i ripiani di Regione Pianetto come campi di tiro per le loro numerose armi.

Infine, appena sotto i roccioni di Costa della Rovera, sul versante sinistro orografico, le opere 4, 4 bis e 4 ter, site in posizione elevata, avrebbero potuto battere la piana sottostante e appoggiare le opere che vi si trovavano, oltre che svolgere una importantissima funzione di osservazione e controllo dei movimenti nemici.
Ancora più a nord, le opere 8 e 9 furono realizzate sui due lati del Colle di Valloriate, per difendere la mulattiera del valico e sventare eventuali tentativi di aggiramento dello sbarramento attraverso il vallone di Valloriate. Tra le opere rimaste in progetto, invece, un primo gruppo avrebbe difeso il più difficile Colle del Bal (sito tra il Colle di Valloriate e Costa della Rovera), un secondo e più nutrito gruppo avrebbe sbarrato le già difficili pendici boscose a nord-ovest di Cima Pissousa e un terzo gruppo avrebbe tenuto sotto tiro il valico di Madonna del Colletto, difendendo Cima Pissousa stessa e collegando lo sbarramento di Moiola con lo sbarramento di Andonno, coeva realizzazione della bassa Valle Gesso.

Si segnala che molti bunker del Vallo Alpino rimangono in stato di abbandono e potrebbero presentare rischi, come strutture instabili o accessi pericolosi. Non tutti sono segnalati, quindi l’accesso a questi luoghi può essere rischioso senza una guida esperta.